IL RUOLO DELLA FAMIGLIA NELLO SPORT

21 gennaio 2019

IL RUOLO DELLA FAMIGLIA NELLO SPORT: IL GENITORE CHE COMPLICA

Con la consapevolezza e la convinzione che ogni genitore debba educare come meglio crede il proprio figlio e che quindi le varie scelte familiari debbano essere rispettate, mi piace fare una considerazione un po’ fuori dalle righe: gli allenatori seguono costantemente corsi di aggiornamento per migliorare le loro capacità tecniche e di costruzione del gruppo squadra, gli atleti si allenano almeno tre volte a settimana per migliorare tecnicamente e fisicamente e allora perché non provare a far allenare i genitori per migliorarsi nella loro genitorialità, nel nostro caso, sportiva?
 

“Allenare” i genitori

Allenare i genitori” significa che gli allenatori, magari affiancati da pedagogisti, potrebbero provare ad aprire qualche finestra in più sulle varie possibilità che esistono nella gestione sportiva del proprio figlio con l’intento non di convincere, ma di far riflettere senza imposizioni né pregiudizi!

genitori che complicano forse non hanno avuto modo di ragionare e confrontarsi su alcuni atteggiamenti negativi per i propri ragazzi o forse non ne sono consapevoli, ma l’unica certezza che ho è che sarebbe opportuno relazionarsi a loro e provare a parlarci partendo dall’idea che, talvolta, il troppo amore, la voglia di protezione e aspettative eccessive possono nuocere allo sviluppo del giovane atleta. Fatto questo confronto non resta che aspettare e soprattutto accettare quello che accadrà.

Tipologie di genitori che complicano

Vi presento alcune tipologie di genitori che negli anni ho osservato “complicare” con i loro atteggiamenti la crescita sportiva, e non solo, del loro figlio.

Valuta il ragazzo per i propri risultati individuali e il primo obiettivo è la vittoria

  • “E’ mai possibile che non riusciate a vincere una partita? L’allenatore deve anche insegnare a vincere”
  • “Sono già due partite che perdiamo negli ultimi secondi. Ma come è possibile?”
  • “Mi dispiace che abbiate perso, ma tu i tuoi 20 punti li hai fatti!”

Questo tipo di genitore è convinto che lo sport abbia una valenza solo vincendo e pensa che il figlio sia un piccolo campione e che la vittoria non possa non sorridergli e quindi basta allenarlo bene! Non c’è obiettività nelle sconfitte. Una ottima prestazione non viene considerata: quello che conta è vincere!

Solitamente questo genitore, non parliamo poi se ha avuto trascorsi sportivi, attribuisce al figlio qualità che forse non ha o avrà in futuro e di fatto lo mette ogni volta alla prova.
Talvolta con le parole sollecita ad utilizzare mezzi anche non troppo leciti del tipo “ fai un tiro di più”; “la prossima volta in contropiede vai a concludere e non passare la palla a Pippo che tanto non è capace”.

Il problema nasce se il giovane atleta crede alle parole del genitore snaturando il proprio modo di giocare, mettendo in discussione il coach e assumendo atteggiamenti non costruttivi.
Il genitore, con il suo atteggiamento, non si rende conto di togliere spazio alla creatività individuale, alla gioia di giocare in una squadra, al permettere al ragazzo di sentire “suo” ogni piccolo miglioramento. Infine si corre il rischio che, per eccellere individualmente o per vincere, si possano anche ammettere situazioni non proprio lecite.

Alimenta la cultura degli alibi

E’ naturale sugli spalti emozionarsi guardando il proprio figlio giocare, ed è pure naturale dispiacersi se le cose non vanno bene come sperato, ma attribuire un esito finale negativo a chissà chi o a che cosa è davvero poco edificante ed educante!

Quanti alibi: dai classici “l’arbitro ci ha fischiato contro”; “gli avversari erano scorretti”; “i canestri erano irregolari”, ai più fantasiosi tipo: “le scarpe nuove non erano adatte”; “pensavi ancora al compito andato male”, fino agli alibi più scorretti perché mettono in gioco altre persone direttamente coinvolte con il figlio: “l’allenatore ha sbagliato i cambi”; “alcuni tuoi compagni erano proprio altrove con la testa”.

Questo argomento degli alibi mi sta a cuore particolarmente per due motivi principali:

  1. il primo che impedisce al ragazzo di assumersi le proprie eventuali responsabilità,
  2. il secondo che toglie autonomia offrendogli soluzioni preconfezionate.

Quanti genitori si sostituiscono ai propri figli contattando via mail o con WhatsApp l’allenatore o il dirigente responsabile per risolvere le possibili difficoltà del ragazzo.

E allora dico basta! Al netto di gravi e rare situazioni, lasciate che siano i ragazzi a sbrogliarsela. Lasciate che siano loro a parlare con l’allenatore, lasciateli anche star male per qualche giorno, lasciate che affrontino una presunta ingiustizia con le loro forze. Cresceranno, perché dovranno trovare una via di uscita con il loro modo di essere, di pensare, di stare al mondo, useranno le loro parole, mostreranno con le loro espressioni i loro sentimenti e non avranno alibi, ma cercheranno soluzioni!

Durante e a fine gara si lascia andare a comportamenti e commenti diseducativi

Come è difficile e faticoso essere un esempio, ma un figlio ne ha bisogno; e allora proviamo a dare esempi sani e credetemi basta poco.

In tribuna, lo sappiamo, si urla, ci si agita, si discute animatamente talvolta, ma…non si offende, non ci si picchia, non si esce dalla palestra per una scelta arbitrale, non si aspetta l’allenatore a fine gara per parlare con lui in quel momento così poco adatto, non si fanno commenti con gli altri genitori, né direttamente, né subdolamente tipo: “certo quanto sta in campo Giorgio oggi…io non me ne intendo, ma forse dovremmo chiedere time-out“.

Pensateci! Solo non facendo queste piccole cose potreste ottenere che vostro figlio, che è vero che a volte urla e si agita e nelle discussioni è sempre molto tempestoso (la sua è una età in tempesta..!):

  • Abitualmente non offenderà nessuno
  • Eviterà di picchiarsi con facilità
  • Aspetterà il momento giusto per parlare con le persone
  • Dirà le cose che pensa senza secondi fini

Non è molto, ma è un buon inizio!

Proietta le proprie aspettative sul figlio

Eccolo lì, pronto a trasmettere al figlio in pantaloncini tutta la sua determinazione, la sua voglia, la sua volontà.. appunto la sua!
Spesso il genitore cerca una propria realizzazione attraverso i successi sportivi del figlio!

Non parlo di psicologia, non mi interessa, parlo di genitori che si aspettano troppo e non voglio mettere nessuno sul lettino dello psicanalista, voglio solo far notare che, a volte in famiglia, si richiedono risultati che il ragazzo non può ancora avere per svariati motivi. Una cosa però la otterrà di sicuro: frustrazione per non essere stato all’altezza!

E i genitori, che anche a bassissimo livello, hanno praticato basket e il loro figlio pure gioca a basket, possono affermare: “Io avrei fatto…quando giocavo io…non ero bravo, ma avevo una grinta… mi ricordo ancora quella partita… mi chiamavano bombardino perché tiravo da tutte le posizioni… tu sei molto più forte di me, ma in certe situazioni rivedo me stesso…
Il sogno è quello di essere il papà di…

Spesso il ragazzo vive con tensione la gara perché il genitore gli vuol dare tanta carica ed è la volta che in campo Pippo si sente il braccio insicuro, le gambe che non lo sorreggono e forse un po’ si vergogna o comunque gli dispiace di non essere all’altezza!

Quanto ho scritto sono solo considerazioni vissute sul campo, nello spogliatoio parlando con i ragazzi, osservando ed ascoltando vari commenti dalle tribune in anni e momenti storico-sportivi diversi, ma sono consapevole della grande difficoltà di essere genitore. In modo diverso lo è stato in passato e lo sarà in futuro. Per il presente mi piace pensare che tutti noi adulti, che operiamo in ambito sportivo, ci impegniamo a far si che lo sport diventi cultura nel senso più ampio della parola ossia che aiuti ad interpretare la vita, la propria e quella degli altri.

Datemi genitori migliori e vi darò un mondo migliore
ALDOUS HUXLEY

Conclusioni

Per me il genitore ideale e utile al figlio che pratica attività sportiva deve rispettare e osservare questi 10 COMANDAMENTI:

  1. Non limitare mai l’attività sportiva dei vostri figli per punizione.
  2. Non intervenire mai nelle scelte tecniche e nelle decisioni dell’Istruttore.
  3. Non contestare platealmente davanti a tutti e non incitate alla scorrettezza.
  4. Rispettare l’arbitro e la squadra avversaria.
  5. Andare a vedere più spesso i propri figli quando giocano.
  6. Vivere la gara o la partita in modo tranquillo e non traumatico.
  7. Incoraggiare i propri figli a impegnarsi sempre di più, facendo capire loro che l’impegno in campo o in palestra e a scuola sarà in futuro fonte di soddisfazione.
  8. Cercare di rendere autonomi i propri figli, evitando di essere onnipresenti in tutte le situazioni.
  9. Far capire ai propri figli che giocare significa divertirsi e socializzare.
  10. Far capire ai propri figli che la delusione di una sconfitta diventa un mezzo per crescere, perché “la non vittoria” stimola a migliorarsi attraverso gli allenamenti e questo atteggiamento si riflette positivamente sulla loro attività scolastica e in futuro sull’attività lavorativa.


La competizione fa parte della natura umana e i bambini e i ragazzi competono per natura, i bambini devono fare i bambini e i ragazzi devono fare i ragazzi, i bambini e i ragazzi giocano una partita per volta e vada come vada la terminano per cominciarne un’altra, senza mai perdere la misura dei propri limiti.

Concludo con un’ultima osservazione.

In Italia coloro che vanno a vedere le partite sono chiamati “tifosi” e la parola tifo significa malattia.

In Inghilterra (ed è proprio lì che è nato lo sport) sono chiamati “supporters”, cioè coloro che vanno a supportare, a sostenere la propria squadra, non a offendere gli avversari o gli arbitri.
E’ importante che gli Istruttori e i Genitori “supportino” lo sport dei loro figli e insegnino loro a vincere e a perdere senza eccessive esaltazioni o drammi.

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